Yoga e Fibromialgia

La fibromialgia è causata da un trauma che coglie impreparato chi ne è affetto. Il trauma è spesso vissuto in una solitudine che il soggetto stesso non avverte. Altre volte si manifesta in persone che hanno la tendenza ad iper-caricarsi di impe­gni, a strafare o ad avere una soglia del dolore e della sofferenza molto elevati. Qualunque sia la casua principale capita quasi sempre che la persona  si perde nella quotidianità degli impegni, fin quando la malattia, e lo stato di dolore avvertito, non costringe al blocco totale. Nella triade indissociabile mente-corpo-spirito, la mente entra in azione mettendo in moto uno speciale programma per la sopravvivenza dell’individuo. L’intensità del trauma emotivo determinerà la gravità della malattia, mentre il tipo di emo­zione determinerà la localizzazione nel corpo. Al verificarsi di un evento inatteso, senza soluzione apparente, vissuto in solitudine, la patologia si esprime a livello mentale, cerebrale e organico. In sintesi

– a livello mentale c’è uno stato di stress permanente
– a livello cerebrale avviene un corto circuito in una specifica area del cervello
– a livello organico si manifesta la comparsa di un dolore locale o diffuso, cronico.
L’eliminazione o il superamento evento inatteso è la chiave di svolta che permette di passare alla fase di riparazione. Nello yoga la particolare struttura del corpo fisico ed energetico composta di chakra e vari corpi sottili comporta che anche un blocco energetico in uno dei sette chakra può portare al proliferare di uno stato patologico. Intervenire significa ripristinare o creare uno stato di equilibrio all’interno del/dei chakra interessato/i e poi di tutti e sette.

Questo processo di armonizzazione nello yoga avviene attraverso la sequenza delle asana, la respirazione e la meditazione, con lo scopo ultimo di rieducare le onde pensiero a diri­gersi verso nuovi orizzonti e rigenerare la persona di nuova linfa vitale.  Nello yoga questo è un processo dell’individuo non necessariamente cosciente e simultaneo. La pulizia delle nadi (canali) la circolazione del prana attraverso un miglioramento della facoltà respiratoria dona nuovo ossigeno e forza vitale alla persona ed al cervello favorendo spontaneamente questo processo di miglioramento delle condizioni di salute. Affinché però ci sia una vera guarigione, intesa come totale scomparsa dei sintomi descritti nel precedente articolo, occorre l’impegno del soggetto nel modificare stili di vita, modi di essere, di pensare ed agire che hanno permesso al male di annidarsi così profondamente nella proprio stato psico-fisico-energetico. Occorre una vera e propria rivoluzione nel proprio modo di essere; una pro­fonda rieducazione della persona che parte dalla visione stessa della malattia. I soggetti da me seguiti hanno potuto recuperare, nell’arco di un anno, un miglioramento delle condizioni di vita. Hanno ottenuto il loro risultato migliorando la respirazione, intesa sia come processo fisologico, sia in senso metaforico, la respirazione della mente. Recuperare spazi della la propria vita , coltivando il senso di sollievo, riposo, pace, libertà e sforzarsi di riportarlo nella propria quotidianità, modificando tutte le cose, piccole e grandi, che hanno favorito un certo modo di essere prima della comparsa della malattia.

Il percorso yogico tra Yama e Nyama

Inevitabilmente accade un evento che rompe L’equilibrio che si era costruito con il tempo: si perde il lavoro, il proprio compagno o compa­gna ci abbandona, la morte di una persona cara…. L’euilibrio creato in oriente è illusione. Patanjali (autore degli “aforismi dello Yoga) dice che è Avidya a crearci questi  problemi.  L’avidya è l’errata comprensione che confonde il grossolano con il sottile. Questo significa che noi non vediamo la realtà per quello che, ma attraverso veli che s’interpongono fra Purusha (Purusha rappresenta la nostra pura coscienza, ciò che vede con purezza e sem­plicità la realtà) e l’oggetto da osservare, che può essere un sentimento, un’emozione o qualsiasi esperienza della vita. Ci troviamo ad esempio in una stanza con una grossa fine­stra: noi siamo Purusha, colui che osserva, e fuori dalla finestra c’è un paesaggio bellis­simo ed incantevole. Purtroppo davanti alla finestra mettiamo, volta per volta, delle tende semi trasparenti, e, ad ogni aggiunta, il paesaggio bellissimo diventa più sfocato e meno colorato. Dopo molte tende non siamo più consapevoli di averne aggiunte parecchie e soffriamo intensamente perché quel paesaggio bellissimo non c’è, ma ciò che vediamo è diventato causa di sofferenza e dolore. La nostra mente crea questi veli che sono il risul­tato dell’accumulo delle nostre azioni inconsce, i giudizi e le reazioni che abbiamo prodotto meccanicamente per anni. La mente diventa sempre più dipendente dalle abitudini e fi­niamo per considerare le nostre azioni di ieri la norma di oggi. Avidya, in ultima analisi, genera sofferenza e dolore, problemi e preoccupazioni. Siamo, infatti, condizionati da tutte le nostre esperienze passate, dai nostri e altrui giudizi, dall’educazione ecc. e non pos­siamo così essere distaccati dal risultato delle nostre azioni.Patanjali ci dice anche che sarebbe bene seguire alcuni comportamenti durante la nostra vita. Questi comportamenti sono stati chiamati Yama e Niyama.Con la pratica yoga coltiviamo l’Ahimsa[1] (non violenza) che va ben oltre questo significato, ma ne prende uno molto più ampio che è Amore e rispetto per la propria e altrui vita. La violenza è uno stato dell’anima che nasce dall’ignoranza, dalla debolezza, dall’irrequietezza ed in particolar modo dalla paura. L’uomo, così come l’animale, diventa violento per il cibo (e tutto ciò che questo comporta nella nostra società basata sul denaro) e per proteggere se stesso (e tutto ciò che comporta nella nostra società basata sull’opportunismo, egoismo e sulla vanità). A differenza dell’animale che è guidato dai soli istinti, l’uomo ha la ragione ed i sentimenti. Cambiando la visione  sulle cose (intese anche come sé stessi e gli altri) può liberarsi dalla paura (Abhaya = libertà dalla paura). Anche l’ira causa la violenza ed è causata dalla paura. Liberandosi dalla paura ci si libera dall’ira (Akrodha = libertà dall’ira). Ahimsa, Abhaya e Akrodha procedono tutte insieme, ma seguendo una vita pura e di sani principi, si possono eliminare, rendendo lo Yogi (Colui che pratica Yoga) purificato. Il corpo accoglie e nutre l’anima, per questo motivo bisogna trattarlo bene, senza fargli violenza. Non fare violenza al proprio corpo significa anche nutrirlo correttamente, non fumare, non bere alcolici, non mangiare carne, coprirlo se c’è freddo, dargli il giusto riposo e la giusta attività. Tutto ciò nascerà spontaneo con una pratica costante e continuata nel tempo dello Yoga. Durante la pratica delle Asana una delle prime “regole” che si affrontano e che bisogna ri­spettare è Ahimsa. Ci si sente sempre dire che non bisogna superare i propri limiti, che bi­sogna rispettare il proprio stato fisico e le capacità motorie del momento, che bisogna se­guire il proprio respiro ecc. Questo perché non bisogna farsi violenza stirando troppo i tendini, sforzando troppo un muscolo o cercando di respirare in un certo modo se il corpo proprio non ci riesce. Bisogna anzi rispettarsi e dare tempo al corpo di trovare il proprio equilibrio, nuove forze ed ener­gia, ritmi diversi e nuovi. Bisogna lasciare che tramite la pratica costante e la disciplina, che ne consegue, tutto accada quasi da sé. Il corpo diventerà più forte e più elastico, la mente più concentrata e più sveglia, lo spirito più leggero ed aperto, con i tempi di cui che ciascuno di noi ha bisogno.Superare i propri limiti nello yoga significa entrare in contatto con il proprio limite attra­verso il respiro per cambiare. Il respiro è il ponte che collega la staticità al cambiamento

 

[1] A=No, Himsa=Violenza

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